Mi chiamo Valentina, ho 23 anni e sono in Belgio da qualche mese a fare Servizio di Volontariato Europeo (SVE). Vivo e lavoro in una foresta nella parte fiamminga del Belgio e non ho una giornata tipo da raccontarvi. Sappiate solo che faccio un po’ di tutto: pelo patate, gestisco laboratori per bambini o adulti, lavoro in reception, tengo la foresta pulita e tanto altro. Mi è stato chiesto di scrivere questo testo perché, ufficialmente, sono una migrante.
La mia non è una situazione drammatica: non ho passato anni in un campo di concentramento libico, non ho patito la fame o la sete nel deserto o in mezzo al mare, non ho avuto problemi per i documenti, non vivo nella paura. La mia non è una situazione drammatica. Sono solo una persona che sta vivendo lontana dai luoghi in cui è cresciuta, lontana dagli amici con cui condivideva le giornate o i piccoli momenti quotidiani, lontana dagli sciocchi litigi familiari.
Andare all’estero per me ha equivalso esattamente a questo: dire “vado lontano”. Infondo, è una delle peculiarità dell’”andare”, l’essere lontani.
Lo si è un po’ in tutto ma soprattutto nelle cose più quotidiane.
Il primo esempio che mi viene in mente è la lingua. Parlare una lingua che non è la tua rende tutto più filtrato e quindi un po’ più distante. Dire “I’m tired”, “Je suis fatiguée” o “Ik ben mou” mi aiuta a mandare un messaggio e a farmi capire bene dagli altri ma non è come dire a un’altra persona “Sono stanca”. È inutile negarlo: usare la propria lingua fa sentire più vicini.
E ci sono tanti altri esempi come questo.
Ci si sente lontani quando continui a mangiare cose che normalmente non mangeresti, quando le stagioni si sentono in modo diverso sulla pelle, quando il cielo è illuminato per un tempo tutto diverso, quando l’unica cosa che vorresti fare è prendere la macchina e andare nelle montagne dietro casa, in quel parcheggio con la staccionata, per metterti con le gambe a penzoloni a guardare la tua città di notte e ti accorgi per la prima volta di star vivendo in un posto in cui le montagne non ci sono.
Quando sei all’estero, sei lontano in questi modi. Non perché tra te e casa ci sono dei km, i km sono un’invenzione e quando sei fisicamente distante si percepisce molto. Sei lontano dal tuo normale modo di vivere, dalle tue reazioni pratiche alla vita emotiva. Non so se sia meglio o peggio. So solo che si sente.
Per me è lo stesso anche per ciò che riguarda le persone. Non sono mai stata una ragazza molto espansiva quindi essere lontana fisicamente da qualcuno non è qualcosa che mi turba in modo particolare. Sento la lontananza quando vorrei andare a cena fuori con quella persona per poter parlare per ore, per poter stare lì, semplicemente, a godermi quello stare insieme, e non succede per troppe volte. Sento la lontananza quando c’è quella voglia nell’aria di andare fuori a bere una cosa solo per ridere e sentirti raccontare le giornate dei tuoi amici e raccontare la tua e non posso per troppo tempo. Sento la lontananza quando conosco qualcuno di nuovo e vorrei presentarlo alle persone con cui normalmente condividevo le giornate e penso che probabilmente, se succedesse davvero, sarebbe difficilissimo perché sono due mondi troppo diversi. Sento la lontananza quando penso che stare al telefono con qualcuno aiuta a non perdersi del tutto ma fa perdere comunque tanto.
Sono cose a cui non credo si pensi molto. Almeno io non ci avevo mai fatto davvero caso prima di venire in Belgio.
Quando si pensa al migrare, nel mio paese d’origine, generalmente si pensa a due cose: uccelli e barconi. Alla prima categoria ci pensano gli ornitologi e i poeti. Alla seconda ci pensano un po’ tutti ultimamente (o almeno tutti pensano di averci un’opinione) e quasi tutti si soffermano sul perché partano o sul perché non dovrebbero partire. I più curiosi (o preoccupati) chiedono -come- (come si spostano, com’è il viaggio, com’era lo stato da cui sono partiti, ecc). Pochi chiedono dell’adesso. Credo sia un’altra forma di pregiudizio. Il pregiudizio invidioso di chi va verso qualcuno pensando che di sicuro nel nuovo posto in cui è stia facendo la bella vita a spese altrui oppure il pregiudizio pietista, per cui la persona che si ha davanti sta di sicuro vivendo qualcosa di intollerabile e non gli si vuole far pensare a ciò che di sicuro lo sta facendo soffrire.
Non so come funzioni per tutte le persone che migrano o stanno migrando o sono emigrate/immigrate, ma, personalmente, sentirmi fare domande a proposito di come vivo qui mi aiuta tanto. Mi aiuta a capirmi nel nuovo spazio in cui esisto, a riconsiderare quello che sono (o che penso di essere), a non perdere di vista le ragioni per cui ho deciso di partire, per cui ho deciso di andare lontano. Mi domando se anche per gli altri sia lo stesso, se anche gli altri migranti sparsi nel mondo ci hanno pensato per giorni quando per la prima volta qualcuno ha chiesto loro per davvero “Come stai?”.
Ripeto: la mia non è una situazione drammatica. Sono una cittadina italiana che sta facendo servizio di volontariato europeo in un paese per molte cose simile al suo. Sono qui per scelta. Il mio stare lontana ha una fine stabilita. Riesco a comunicare piuttosto bene con la maggior parte delle persone che mi circondano. Sono stata riconosciuta dallo stato belga in poco più di dieci giorni. Ho un’assicurazione sanitaria. E (come se tutto questo non fosse abbastanza) sto facendo esperienze che mi piacciono, in un modo che mi piace, circondata da persone che si prendono cura del mio percorso e del mio vivere in questo paese.
Sono una straniera sì, una straniera decisamente privilegiata. E questo stato in cui sono ora penso mi rimarrà dentro per un bel po’ di tempo.
Qualche mese fa sono tornata in Italia per qualche giorno, si festeggiava il matrimonio di una mia cugina. In quei pochi giorni mi sono resa conto di una cosa: ero una straniera anche in Italia. Certo potevo parlare la mia lingua ma non la parlavo più come prima. Potevo vedere i miei amici ma il modo lo sentivo lontano. Potevo mangiare il cibo a cui ero abituata ma aveva un sapore diverso. L’estate che avevo intorno era l’estate per come la conoscevo eppure mi ha fatta stare male. Non fraintendetemi, sono stata felice di sentire quanto può scaldare la pelle il Sole, di rivedere le persone importanti e di passeggiare tra i miei vecchi posti. Mi sono semplicemente resa conto di quanto tutto fosse uguale e contemporaneamente tutto fosse diverso.

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Mentre ero in aereo, tornando in Belgio, mi sono ricordata di una frase che mi ha detto una volta una signora: “Quando sono in Italia penso sempre a quando posso tornare a casa in Macedonia e quando sono in Macedonia penso in continuazione a quando tornerò a casa in Italia”. Quando l’ho sentita ho riso. Ma durante il volo mi sono resa conto di che genere di sensazione sta nascosta dietro queste parole. In quanto esseri umani abbiamo un bisogno istintivo e biologico di una cosa che abbiamo deciso di chiamare -amore- e questa cosa la prendiamo da tutto: luoghi, persone, esperienze, noi stessi, cibo e persino dal clima. Percepiamo -amore- quando il nostro stato emotivo corrisponde ai fenomeni meteorologici che ci circondano. Quando qualcuno si prende cura di noi. Quando abbiamo un posto in cui andare quando ci sentiamo arrabbiati, tristi, entusiasti. Quando mangiamo la cosa giusta. Quando ci prendiamo cura di noi stessi. Quando facciamo qualcosa che ci piace tanto. E ogni volta che riusciamo ad attorniarci di queste cose ci sentiamo a casa. E quindi ti puoi sentire a casa nel paesino in cui sei nato tanto quanto ti puoi sentire a casa a centinaia di km di distanza da quello stesso paesino. Penso che questa sia la parte meravigliosa del viaggiare, dello spostarsi: riesci a sentirti a casa ovunque tu sia, come le chiocciole. Allo stesso tempo, però, sentirsi a casa ovunque a volte fa sentire soli perché non si sa mai davvero qual è il posto in cui poi, alla fine, si vorrà tornare: avere casa dappertutto può far sentire senza una vera casa.
Ma a pensarci meglio penso sia una cosa che, considerati sia i pro che i contro, faccia molto bene perché tiene in movimento il cuore (o meglio il sentire, il provare emozioni). Il rischio dello stare fermi per troppo tempo è che poi succeda come con l’acqua: se non c’è flusso, stagna. E l’acqua stagnante fa male e puzza pure, come i morti. Lo stesso può succedere alle persone. A stare sempre nello stesso posto, frequentare solo le stesse persone, fare sempre le stesse cose, poi si finisce per provare sempre le stesse emozioni e provarle per così tanto tempo che quasi perdono di senso e tutto inizia a marcire e a puzzare. Se invece ti muovi, ti sposti e conosci posti nuovi, persone nuove, esperienze nuove, senza trascurare quello che già hai, finisce, invece, che provi emozioni diverse o ti ricordi sensazioni che pensavi di aver perso e ti riscopri sempre un po’ più vivo e, credo di conseguenza, sempre un po’ più essere umano.
In sintesi (dopo tutta questa lagnanza) sono felice di essere parte di questo progetto. Non tanto perché è un’esperienza da mettere nel curriculum ma più perché penso che questo sentirsi lontani faccia bene. Penso che sia qualcosa che tutti prima o poi farebbero bene a provare nella vita anche solo per ricordarsi cosa significa -provare- (in tutti i sensi possibili di questa parola).
Valentina Pizzato