Dopo sei mesi di soggiorno a Riga, in Lettonia (sì, uno di quei tre Stati lassù, vicino alla Russia), la frase “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro” (Tahar ben Jelloun) mi appare chiara e luminosa in questo freddo febbraio. Il mio vivere non è poi sempre facile, anche se sono bianca (molto bianca!) ed europea. Ma ho sviluppato anticorpi degni di nota, e qui voglio illustrarvene uno a me particolarmente prezioso: la gentilezza.
Partiamo da questo presupposto: in Lettonia la gentilezza è più rara delle giornate di sole – anche se qualche barlume se ne trova ancora. Sei al supermercato e vuoi ringraziare la cassiera per averti passato la spesa? Grande, Ester! – Scusi, era un grugnito quello? … OH UN SORRISO! Ah no, si stava solo stirando le labbra. – Aspetti signora, le tengo aperta questa pesante porta, non vorrà lasciarci il bicipite, eh? – Hey mi sta guardando! Mi vorrà ringraziare? Oh, fortuna non ha detto nulla, ché io il lèttone manco lo capisco.
Bella gente: che c’avete, tutti voi? Solo perché non vi parlo in lèttone non mi considerate? Mia signora, se lo può aprire da sola, quel macigno di porta!

Per restare sempre aggiornato, iscriviti alla Newsletter.

Boom! Ecco dove sta la sfida. Cari lèttoni, non temete: il vostro muro verrà disintegrato, e lo farò con l’unica arma a mia disposizione: la gentilezza – questa “pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali”, direbbe Gramellini (Buongiorno, La Stampa, 27/02/2009). Potrete dunque continuare a non ringraziarmi, pensare che io sia una portinaia di professione, convincervi anche che io sia orgogliosa di sentirmi “diversa”. Ahimè, ho ancora la forza di negarvi il mio consenso.
Dico anche a voi laggiù! Pensateci quando incrociate qualcuno, straniero o compaesano che sia. La gentilezza non abbatte i muri, ma li trasforma da cemento in drappo: se guardate con attenzione potrete scorgervi la bellezza!
Ester Bruni