Agosto 1963, Washington, Martin Luther King ha un sogno, un sogno che cambierà la Storia degli Stati Uniti. Non è un sognatore solitario: con lui 250 000 persone combattono senza armi per fare sì che il sogno di un mondo nuovo diventi realtà.
Oggi, abbiamo un sogno?
Oggi, chi si indigna per le ingiustizie verso gli ultimi, i poveri, i migranti del nostro Paese, dell’Europa, del mondo, ha un sogno da portare avanti?
Molti ne hanno uno nelle nostre città: un futuro di sicurezza, pace e omogenea tranquillità in un mondo cristallizzato dalle frontiere ermetiche e impermeabili, un Paese perfetto per la “gente per bene”.
Sembra spesso che chi non è d’accordo con questo sogno non sappia fare altro che via via negare cosa viene detto dai suoi sostenitori: “Chiudiamo i porti!” “No, apriamoli!”; “Mandiamo tutti a casa!” “No, vi ospito a casa mia!” e così via. È un botta e risposta in cui ad un solido sogno di chiusura che attacca viene di volta in volta proposta una difesa che sembra non aver altro principio che dire il contrario di quello che viene affermato dall’attacco.
È implicito il fallimento di questo approccio. Se c’è una porta socchiusa non si può aspettare che qualcuno voglia chiuderla per indignarsi e gridare di essere pronti ad aprirla.

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Noi uomini viviamo di sogni: l’unico modo per sfuggire da un sogno di chiusura è di proporre un sogno di apertura, ma non in opposizione al primo. Deve essere un sogno alternativo, positivo, propositivo, speranzoso, non frustrato, luminoso, vero: un sogno nuovo che renda evidente di per se stesso come il sogno di chiusura in realtà sia un incubo. Solo allora ci saranno passi in avanti e non inseguimenti, slogan e non contro – slogan, mosse non contro-mosse, iniziativa attiva e non conseguenza passiva, affermazioni e non risposte.
“I have a dream that one day on the red hills of Georgia sons of former slaves and the sons of former slave-owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.” M. L. King
Simone Garbero