“Per tutti i giochi che non ho mai giocato,
dammi una rosa, una rosa bianca
Per i lavori che mi hanno schiantato,
dammi una rosa, una rosa nera
Per tutti i sogni che mi hai rubato,
dammi una rosa, una rosa azzurra
Per le guerre che mi hai scatenato,
dammi una rosa, una rosa rossa
Per la terra,
la casa che mi hai negato,
dammi una rosa, una rosa verde
Dammi una rosa,
con le tue mani avare
lascerò che scenda sul fondo del mare”

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Aspetto quel momento da mesi. Conto i giorni che ci separano. Assima mi abbraccia, con sincera felicità. Non capita spesso, a casa. Io assaporo il momento, ma non riesco a non pensare: perché? Mi attanaglia quel senso di impotenza del primo giorno, due anni prima, quando – confusa e spaesata – per la prima volta ho calpestato questa terra. Nulla è mutato, e fa paura. Anzi, tutt’intorno la miseria non fa che moltiplicarsi. Si moltiplicano le baracche. Si moltiplicano le persone. Mi chiedo: perché? Mi sento minuscola. Ad ogni passo sempre più piccola, di fronte a quello che vedo. Ogni volta che incrocio uno sguardo provo ad immaginare la storia che custodisce, il dolore visto e vissuto. I sogni fatti a pezzi da una realtà insopportabile. Ed, infine, questo posto. La pista. E’ come trovarsi in un limbo infernale: non è ancora morte, non è più vita. Questo luogo sfugge alle definizioni, all’umana comprensione. Sarebbe facile, di ritorno da un’esperienza così, raccontare una storia di miseria. Parlare, ancora, di Borgo Mezzanone come di un luogo senza speranza, dimenticato da Dio e dagli uomini. Ma oggi, voglio provare a cambiare il corso di questa narrazione, parlando di quello che ho imparato a conoscere di questo lembo di terra invisibile.
Vorrei che tutti vedessero la Pista come io la vedo. Un luogo che trasuda umanità e dignità. Vorrei che tutti potessero conoscere Assima, la sua storia, il coraggio delle sue scelte, la sua attenzione verso il nostro lavoro sul campo e la sua discreta riconoscenza. Non vuole sentirsi dire Grazie, Assima. Rimane dietro le quinte, ma il suo aiuto è essenziale. Vuole solo aiutarci, proteggerci. Abbracciarci sinceramente. Chissà se un giorno – mi chiedo – la sua vita potrà essere degna di un racconto. Chissà se un giorno potrà divenirne di nuovo protagonista. Scegliere, cambiare.
Prima di finire in pista le persone erano persone. Madri, padri, figli, amanti di qualcuno. Appartenenti ad un Paese bellissimo, che troppo spesso purtroppo si fa nemico. Prima della pista le persone avevano una casa, delle passioni, delle abilità. Un lavoro vero. Una vita vera. E poi il deserto, la Libia, il mare… il mare. E all’orizzonte, Noi. Incapaci di portare degnamente il peso di tante speranze. Poi più nulla. Solo un continuo sentirsi respinti, indesiderati. Andare altrove. Per stare meglio, per ripartire. Cosa altro rimane se non la speranza di poterci riuscire? L’illusione di poterci riuscire. E poi ancora niente, qui non potete stare. Respinti, ancora. Ed infine, la pista. Ghettizzati, relegati, dimenticati. Umiliati, ricattati per pochi euro al giorno. Umiliati per lavorare. Cancellate, di colpo, quelle vite, quella casa. Le passioni, le abilità. La vita vera. Non esiste più. Tuttavia, la speranza resiste. La posso toccare, incrociando lo sguardo di tanti uomini e donne che mi sfiorano. Mi salutano con gentilezza e curiosità. Un grande sorriso. Mi stringono le mani tantissime volte, tutte quelle persone delle quali mi è impossibile ricordare il nome. Molti di loro ricordano il mio a distanza di un anno. Mi sento nuovamente piccolissima. Mi sento dire “Grazie” decine di volte al giorno. Mi sento stremata, la sera. Sento addosso tutte quelle vite spezzate. Ne ammiro la forza.
La dignità che non arretra, che non cede un passo alla resa. E capisco che questo insegnamento è il più importante che potessi imparare. Perché dignità non è una casa pulita e ben ordinata, non è la macchina nuova, i capelli che profumano di shampoo. Dignità è tornare a casa dopo dodici ore di lavoro sotto il sole ed avere la forza di volontà di venire a scuola per imparare l’italiano. Dignità è avere gli occhi che si chiudono per la stanchezza ma non cedere, e rimanere fino alla fine della lezione. Dignità è riparare biciclette insieme ai volontari fino al tramonto. Dignità è offrire sempre quel poco che si ha, anche se si rischia di rimanere senza nulla da mangiare l’indomani. Dignità è svegliarsi con l’obiettivo di costruire un’alternativa alla miseria, nella miseria. Senza l’aiuto di nessuno, perché per gli altri sei nessuno. Il nostro compito, oggi, è quello di urlare a gran voce che queste persone invece esistono. Noi le vediamo, le rispettiamo. Non sono braccia, profitto. Sono autentiche, sono pura umanità. Ne raccontiamo le storie, i sogni, il dolore per preservarne la dignità.
Assima mi abbraccia, con sincera felicità. Per un istante sento di poter mettere in pausa tutte quelle atrocità. La bellezza crea una tregua alla brutalità della vita. Assima mi abbraccia, con sincera felicità. Sono a casa.
Valentina Scala