Quando ho iniziato a pensare al mio progetto di tesi non ho avuto alcun dubbio su quale fosse l’argomento giusto da trattare. L’obiettivo che mi ha spinto a realizzare questa tesi nasce proprio dalla volontà di capire a fondo un fenomeno complesso come quello del caporalato, analizzando i fattori giuridici, sociali e territoriali che hanno contribuito a creare questo “equilibrio distorto”, ossia un sistema che consiste nello sfruttamento selvaggio del lavoro dei braccianti. Tale processo conduce all’annientamento dei diritti e della dignità degli individui più vulnerabili, come i migranti.
In particolar modo, ho deciso di analizzare la situazione della Capitanata, essendo in prima persona legata a quel territorio. Nonostante la maggiore consapevolezza della società civile e l’introduzione di nuove e più mirate norme di contrasto, continua a sussistere un nesso per mezzo del quale illegalità, criminalità ed alcuni settori della nostra economia – in particolar modo quello agroalimentare – si intrecciano. La mancanza di politiche a sostegno del prezzo e di un’adeguata supervisione da parte delle autorità competenti, permettono alla criminalità organizzata di inserirsi in questo sistema e di regolarne l’andamento. Gli effetti sono devastanti, e conducono ad un progressivo aumento della c.d. zona grigia, nella quale distinguere illegalità e legalità è estremamente difficile.

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Portare Borgo Mezzanone nella mia università, parlare del Campo Io Ci Sto, è stato per me un grandissimo privilegio. Tuttavia, non è stato facile riuscire a raccontare Borgo e le sue mille contraddizioni; luogo dal quale molti sono emigrati e al quale tanti altri oggi approdano. Accogliente e respingente al tempo stesso. Terra amara e amata. Teatro di troppe ingiustizie nei confronti dei più deboli. Un esercito di invisibili, priva di tutto. Di ogni tutela, di ogni diritto. Raccontare Borgo significa parlare di Loro. Significa parlare a Loro, per dirgli “Io vi vedo”. Ed è proprio a loro che voglio dedicare il mio lavoro. Ad ogni sogno infranto, ad ogni speranza tradita.
Nondimeno, dedico il mio traguardo a Jonas, Paola, Alcedir e Dina. Per l’immenso lavoro svolto in questi anni insieme ai migranti e ai volontari. Per tutto quello che ho imparato grazie a voi e insieme a voi. Per tutto quello che ancora dovremo fare, scoprire, reciprocamente donarci.
In direzione ostinata e contraria, in sella ai nostri sogni.
Valentina Scala