La politica è dialogo”. Il dialogo è essenzialmente abbattere muri e costruire ponti. Sentivo queste parole qualche sera fa da padre Francesco Occhetta sj, politologo e scrittore. Sono parole forti in queste settimane di campagna elettorale “Se di campagna elettorale si può parlare…” diranno molti, e il dito scorre noiosamente sullo smartphone scartando gli ultimi slogan del politico di turno. Specialmente per noi giovani le elezioni sono un noioso ronzare di voci che sembrano non avere nulla da dirci.
Eppure in qualche modo bisogna convincersi che non è vero. Eppure bisognerà crederci che dire politica non vuole dire slogan, ma programmi; non accaparrare voti, ma mettersi al servizio; non sedersi sul trono, ma cingersi un asciugamento ai fianchi; non insultarsi, ma dialogare. Si chiama politica prima di tutto quella dell’impegno di ciascuno nelle associazioni, nelle parrocchie, nel sedersi intorno ad un tavolo e dialogare. La costruzione del bene comune richiede la fondazione di comunità pensanti. Lo sapevano bene i padri costituenti quando, si strinsero sotto il progetto di un sistema per governare questo nostro Paese, nel dialogo reciproco.

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L’impegno per continuare questo progetto è di tutti: evidentemente le circostanze possono essere più o meno favorevoli. Ma dal voto inizia la responsabilità del cittadino, di chi ha a cuore il bene comune, del cristiano. Nella democrazia rappresentativa, chi governa rappresenta chi vota. E’ responsabilità di ciascuno chi si trova a rappresentare tutti. A ognuno spetta poi di vigilare sul mantenimento dei programmi presentati: il voto non è la fine di un compito, ma l’inizio di una responsabilità.
Simone Garbero