[Regia di Ziad Doueiri, Libano 2017]
Capita a tutti di giudicare.
Chi non ha mai commentato un gesto altrui?
Chi non ha mai pensato di aver capito come era fatta quella persona semplicemente da un racconto?
Chi non ha mai guardato con diffidenza chi si comportava in maniera fuori dal comune?
A me è successo.
Mi è capitato di dire: Come gli viene in mente di agire in quel modo?
Mi è capitato di etichettare persone che non conoscevo, solamente sulla base di preconcetti radicati nella mia mente.
Ho dato del superficiale, dell’ignorante, del maleducato, pensando di aver capito l’essenza della persona, senza conoscere il suo contesto sociale, la sua storia, il suo dolore, la sua identità.
Questo film fa capire l’inconsistenza del giudizio.
Nasce tutto da un insulto tra un arabo e un cristiano per una questione banale.
Ma da quell’insulto emerge molto di più: il pregiudizio per il diverso, la paura per l’estraneo, il dolore per un passato pieno di soprusi.

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Questo film ci mostra che molto spesso non è possibile individuare con sicurezza il buono e il cattivo, la vittima e il carnefice.
Siamo tutti esseri umani mossi in fondo dagli stessi bisogni. Bisogno di identità, di appartenenza, d’amore.
Tutti, anche le persone più adulte, possono sbagliare, possono farsi prendere dall’ira, così come anche i più brutti, i più cinici, possono commuoversi di fronte a un atto d’amore e dimostrarsi in realtà sensibili benché induriti dalle difficoltà della vita.
“Sii gentile perché ogni persona che incontri sta già combattendo una dura battaglia.” Così diceva Platone, ed è così: bisogna imparare ad essere gentili e comprensivi con gli altri perché, forse, come gli stessi protagonisti del film capiscono, siamo più simili e vicini di quanto pensiamo.
E anche perché non giudicando gli altri e il loro passato, ci liberiamo anche dal giudizio, spesso ingeneroso, su noi stessi e facciamo anche pace con i nostri demoni.
Bianca Mazzoli