Sono Carolina, ho 26 anni e da quasi sei mesi mi trovo in servizio civile a Kigali, la capitale del Rwanda. Per chi non lo conoscesse, il Rwanda è un piccolo paese, grande quanto la Lombardia, situato tra il Congo, l’Uganda, la Tanzania e il Kenya. Tristemente noto per il genocidio che nel 1994 ha portato alla morte in soli 100 giorni di più di un milione uomini, donne e bambini Tutsi, ma anche di Hutu che hanno avuto il coraggio di ribellarsi all’ideologia genocida, il Rwanda è oggi un paese in piena crescita economica. A distanza di 25 anni, infatti, Kigali non è poi tanto distante dalle moderne città occidentali. Kigali, però, non è rappresentativa del resto del paese, in cui malnutrizione, povertà e violenze di genere continuano ad avere ripercussioni negative sulla popolazione.

E’ proprio in queste zone che, assieme ad AVSI, un’ONG italiana nata nel 1972 con cui lavoro, interveniamo a sostegno delle fasce più vulnerabili, ossia donne e bambini, attraverso l’implementazione di progetti di cooperazione, il cui filo conduttore è la sostenibilità, ossia l’idea secondo la quale una volta terminato il progetto, questo possa continuare anche senza l’aiuto dell’ONG che l’ha avviato. Ciò è reso possibile, nel caso di AVSI, dall’utilizzo di un approccio integrato, che interviene strutturando le proprie attività su tre livelli, ossia a livello individuale, famigliare e comunitario.
Per quanto riguarda il mio lavoro, attualmente sto seguendo insieme ai miei colleghi rwandesi l’avviamento di un progetto a sostegno di giovani ragazze madri, spesso vittime di discriminazione, affinché ricevano supporto psicologico e frequentino dei corsi di taglio e cucito, grazie ai quali potranno reintegrarsi attivamente nella società e trovare un lavoro. E’ stato in uno dei centri socio-educativi in cui sono attivi i corsi di taglio e cucito che ho conosciuto Diane, una ragazza che oggi ha la mia età, ma che a 17 anni è rimasta incinta ed è stata per questo respinta dalla famiglia e dalla comunità. Eppure Diane, nonostante lo stigma, ha reimparato a credere in se stessa ed è oggi una donna tenace, intraprendente e rispettata che gestisce una cooperativa di giovani ragazze madri che produce splendidi abiti colorati per la comunità.

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Perché ho scelto di partire? Perché avendo studiato cooperazione allo sviluppo all’università, sentivo il bisogno di vedere e di toccare per mano quanto appreso sui libri, di comprendere se effettivamente fosse questa la professione che facesse per me, ma soprattutto perché sentivo un’esigenza profonda, una voce interna che mi chiedeva di partire per scoprire e per scoprirmi. A questo proposito, quello che posso dire di aver fin’ora appreso su me stessa è che sono molto più resiliente di quanto pensassi ma soprattutto che sono esclusivamente io a custodire le chiavi della mia felicità e scegliere come, quando e se farne uso.