Mi chiamo Eleonora e sto svolgendo il mio servizio civile come Casco Bianco con Caritas Italiana a Djibouti, un piccolo e caldo Stato del Corno d’Africa. Quando dico dove mi trovo, solitamente devo spiegare minuziosamente la posizione geografica di questo territorio: mi trovo in un Paese che, sulla carta, ha meno di 800000 mila abitanti, confina con Eritrea, Etiopia, Somalia e dista circa 30km in linea d’aria dallo Yemen. E’ un Paese con pochissime risorse naturali, un clima terribilmente arido e caldo, prezzi di vita tendenzialmente troppo alti e con influenze che spaziano dal continente africano al mondo arabo. Dicono che sia un Paese creato appositamente dai francesi: la sua posizione strategica e la sua relativa tranquillità in un’area così delicata lo rendono infatti un punto politico e commerciale estremamente quotato dalle potenze straniere, che hanno disseminato la capitale di basi militari (Italia, America, Francia, Giappone, Spagna, Germania…).
Prima di arrivare a Djibouti non sapevo tutto questo: sapevo che avevo coscientemente scelto di passare un anno della mia vita in un Paese dove si toccano anche i 50°, io che in Italia svengo per il caldo; sapevo che mi sarei trovata in un Paese dove le lingue ufficiali sono tre: francese, arabo e somalo; qualcuno mi ha anche detto prima di partire che “sarai in Africa ma non ti sembrerà di essere in Africa”, e questo lo avrei dovuto vivere sulla mia pelle. Sono partita per Djibouti due mesi dopo la mia laurea di triennale: nel bagaglio di esperienze precedenti avevo l’università, diverse attività di volontariato, un po’ di viaggi e qualche lavoretto tra cui quello di operatrice dell’accoglienza, dove ho avuto l’occasione di conoscere da vicino il fenomeno delle migrazioni e con lui molte storie – particolari, uniche, arricchenti – di persone venute da lontano. Adesso quella lontana da casa sono io, e mi sento accolta nonostante le difficoltà di ogni giorno.
Qui mi occupo di insegnamento presso una scuola LEC (lire, ecrire, compter), ossia una scuola non riconosciuta a livello ministeriale ma che permette a più di 150 ragazzi senza documenti o mezzi di accedere all’istruzione, e presto servizio al centro Caritas, una struttura che accoglie giornalmente più di 100 bambini di strada, per lo più minori stranieri non accompagnati provenienti dall’Etiopia e di etnia Oromo. Sono ragazzi – l’età media è di 13 anni – arrivati a Djibouti pensando di trovare El Dorado o semplicemente influenzati da amici, che adesso si ritrovano a dormire su un cartone in spiaggia o in un vecchio parcheggio, che lavano le macchine o puliscono le scarpe fuori dalla moschea, che non hanno e probabilmente non avranno mai documenti per poter andare a scuola, lavorare, essere curati in ospedale. A Caritas trovano due pasti caldi, una doccia, vestiti puliti e un sostegno che va al di là dei bisogni primari: i ragazzi vengono accompagnati sia a livello formativo – al centro Caritas, nel LEC o in altre scuole – sia a livello sanitario e sociale.

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Descrivere una giornata tipo a Djibouti è impossibile: ogni giorno mi alzo con un piano ma so che non verrà rispettato, perché ci saranno mille emergenze da arginare, perché i bisogni sono davvero tanti e le forze poche. Mi alzo con la certezza però che troverò ragazzi che hanno passato una notte in bianco all’addiaccio, che sono coperti da sabbia e polvere, che probabilmente sono stati picchiati o hanno picchiato; mi alzo e so che ci saranno bambine in gravidanza che dovrò accompagnare a fare la prima ecografia o che dovranno andare in commissariato a sporgere denuncia contro l’ennesima violenza subita. E ogni giorno vado a dormire con la consapevolezza che a pochi passi da casa mia, sulla spiaggia, dormono un centinaio di bambini, che potrebbero essere arrestati da un momento all’altro solo perché colpevoli di non avere un documento con sé: fantasmi, senza tutela e protezione. Mi sveglio, e sono qui per loro, per ridargli un po’ di dignità, che sia tramite un piatto e una sedia o che sia tramite una conversazione in francese in cui li chiamo per nome, in cui rimarcano la loro identità. Per ricordargli che sono pieni di potenzialità e che devono sfruttarle, così come loro mi mostrano ogni giorno quanta forza possa esserci nel corpo di un bambino di 12 anni che ha attraverso due Stati a piedi, che dorme per strada ma che si sveglia e sceglie di andare a scuola.
Eleonora Ioli