di Michela Voglino – michivoglino@gmail.com

“Home_made. Ritratti a distanza di sicurezza” nasce dalla mente di Giulio, fotografo, con l’obiettivo di creare un ritratto globale delle famiglie in quarantena. Inizialmente Home_made nasce soprattutto come curiosità puramente fotografica: se la fotografia è una relazione tra due soggetti, tra il fotografato e il fotografo, allora è ancora possibile la fotografia ai tempi del distanziamento sociale? La tecnologia è una soluzione? E’ possibile creare dei ritratti tramite una video call, il fotografo non più armato di macchina fotografica ma di computer e screenshot, e la relazione tra due soggetti mediata da uno schermo?

Giulio, Virginia ed io abbiamo così cominciato a contattare gente in tutto il mondo, e a proporre loro questa video-chiacchierata dal divano di casa. Ma man mano che ci avventuravamo in questo progetto, ci siamo sorpresi proprio della possibilità di creare una relazione umana e fotografica nonostante i limiti tecnologici e spaziali, e ci siamo affezionati a queste persone e alle loro storie. Credo che ci abbia aiutati esattamente lo strumento della video call: siamo stati accolti direttamente nelle case della gente, nelle loro tane private e zone di comfort, dove anche gli oggetti di casa raccontano sfumature personali.

Ogni volta, mi ha stupito l’intimità che si creava tra noi, nonostante lo schermo. Forse anche perché ci piaceva cominciare la chiacchierata con una domanda banale, rivestita però oggi di nuova luce: come stai?. In un periodo che è innanzitutto crisi sanitaria, ma anche sociale, economica e psicologica, il riflettere su se stessi e sul mondo che ci circonda ha portato a galla intimità e pensieri, paure e speranze. Ho visto e sentito le persone cambiare e aprirsi, man mano che parlavamo. Le riflessioni si facevano sempre più profonde, e a noi piaceva scavare in quelle profondità. 

Anche se, alle volte, questa stessa profondità ci è ritornata indietro come degli schiaffi in faccia di cruda realtà. Parlando con Bushra, per esempio, che ci ha raccontato la vita ai tempi del lockdown in un campo palestinese a sud di Betlemme; o con Océane, rider di Glovo a Torino, che ci ha lanciato addosso tutte le ingiustizie passate inosservate del mondo del food delivery. 

Io ho passato, come tanti altri, questa quarantena in una situazione molto privilegiata, ho preso questo tempo infinito a disposizione per me e per fare tutto ciò che si rimanda sempre. Home_made mi ha riportato i piedi per terra, nel mondo reale, e allo stesso tempo è stato la scusa per scavare ulteriormente in questa realtà, e cercare persone che potessero raccontarcela. Ci tenevo molto a parlare con chi lavora nei centri di accoglienza per senzatetto, perché dovendo rimanere a casa, questa quarantena ci ha impedito di dare ai senzatetto la prima cosa che (credo) dovremmo sempre dare loro: il nostro sguardo. Queste persone hanno perso la loro visibilità, che in un certo senso è anche la loro forza per gridare silenziosamente ciò che noi vorremmo nascondere della nostra società. Alessia, che lavora da anni in questo settore, ci ha raccontato la sua esperienza di questo periodo. Sono potenti questi racconti “del reale”, perché ambientati nello stesso nostro mondo quotidiano, eppure ci sembrano storie parallele. Mentre Alessia andava a lavoro, in giro per Roma c’erano solo poliziotti, riders e senzatetto. E io, ad ascoltare tutto questo, stando in casa, nella mia bolla parallela di sicurezza e tranquillità, sentivo crescere un senso di ingiustizia, e voglia di agire anche. Penso che Home_made si inserisca nello slancio di solidarietà nato da questo lockdown, perché è anche un progetto solidale che cerca di dare una voce e un volto a chi solitamente non l’ha.

Ciò che mi lascia Home_made, è l’insegnamento di ricordarsi sempre di chiedere all’Altro come stai?, e di pensare più spesso alle fragilità e difficoltà che esistono attorno a noi, e parlarne di più, prendersene cura assieme, perché alla fine è questo che abbiamo fatto con le video-call. Mi hanno fatto sentire molto bene, come quando senti che stai facendo la cosa giusta, i ringraziamenti delle persone “ritratte”, contente di aver parlato di tutto. E io ringrazio ognuno di loro, perché mi hanno aperto gli occhi, e perché questa sensazione di fare la cosa giusta ci dà la spinta per cercare di aprire gli occhi a coloro che guarderanno i ritratti e leggeranno le piccole frasi che riassumono circa un’ora di parole ogni volta.

Secondo Alessia, ciò che dovremmo apprendere dalla quarantena è l’insegnamento di Bergson del “conoscere per differenza”. Tutti siamo sulla stessa barca, ma non tutti siamo nelle cabine di lusso, c’è chi soffoca nella stiva. Ecco, forse proprio questo concetto del “conoscere per differenza” riassume bene cosa vogliono essere e raccontare questi ritratti a distanza di sicurezza, e ciò che io mi porterò dietro di Home_made. 


“Home_made. Portraits from a safe distance” was created by photographer Giulio, with the aim of creating a global portrait of families in quarantine. If photography is a relation between two subjects, the photographer and sobject of his photography, is photography still possible during the times of safe distancing? Is technology a solution? Is it possible to create portraits through a video call, with the use of the computer and screenshots, replacing the actual camera, creating a new relation between these two subjects mediated by a screen? 

This is how Giulio, Virginia and I started to contact people all over the world, encouraging them to take part in these video calls, from the sofas of their living rooms. As the project developed, we were surprised by the reality of the possibilities of creating human and photographic relations. We became fond of these people and their stories. I think it was precisely the means of the video calls that helped us. Through these we were directly welcomed in their private spaces and comfort zones, where even the objects lying around the house told us about them. 

Every time, I was surprised by the intimacy that was created around us even with the presence of a screen that divided us. Maybe it was also because we liked to start the conversations with ordinary questions, that however, today take on a different importance. How are you? In a time that is most marked by the health, but also social, economic and psychological crisis, self-reflections and reflections about the world that surrounds us have provoked intimacy and many thoughts, fears and hopes. I saw and I heard the people change and open up as the conversation kept going. The reflections became ever so profound, and we liked to dive into their depth. 

Sometimes, however, this depth was like slaps that brought us back to the crude reality. Talking to Bushra, for example, who told us about life under lockdown in a Palestinian camp in the south of Bethlehem. Océane, a deliver for the Glovo in Turin, threw at us all the unnoticed injustices in the world of food deliveries. 

I passed, like many others, this quarantine in a situation of privilege. I took this infinite time at my disposal for myself and for finishing everything that I had before now postponed. Home_made allowed me to get back to reality and further investigate this reality, looking for the various stories of people who lived it differently from me. I really wanted to talk to those who worked in shelters that take in homeless people, because having to stay home, this quarantine impeded us from giving the homeless the first thing (I think) we should give them: our attention. These people have lost their visibility, which, in a certain sense, is their strength-to shout in silence what we would like to remain hidden in our society. Alessia, who has been working in this field for years, told us her experience during this period. These stories which of “the reality” are powerful as even though they are in our same ordinary world, they seem to be coming from a parallel world. While Alessia went to work, the only people in the streets of Rome were police officers, deliverers and homeless people. I was at home, in my parallel, secure, and tranquil sphere, listening to these stories that built a feeling of injustice within me. I wanted to take action. I think Home_made is part of the acts of solidarity that were initiated by this lockdown because it is a project of solidarity that tries to give a voice to those who ordinarily do not have one. 

What I have taken from Home_made is the lesson of always remembering to ask the Other “How are you?” and to think more often on the fragilities and the difficulties that exist, and surround us. We have to talk about them, take care of them, together as, that is, in the end, what we have done with the video calls. They gave me a good feeling just like the way you feel when you are doing something right. The people of the portraits thanked us, happy to have been able to talk about everything, and I thank each and every one of them, because their stories will open the eyes of those who will look at the portraits and read the short sentences that summarize long periods of conversations. 

According to Alessia, what we should learn from the quarantine is to “know through differences”, as Bergson teaches us. We are all in the same boat, but not all of us have the deluxe cabins, there are those who suffocate in the cargo hold. In fact, it might be precisely be this concept of “knowing through differences” that summarizes in the best way possible what these portraits from a safe distance want to be and what they are trying to tell us. And that is exactly what I will gain from this Home_made project.

Photo by Pine Watt/Unsplash

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