di Luca Rondi – lucarondi95@gmail.com


Tra. Indica una posizione intermedia dati due momenti di luogo o tempo. Questo tempo intermedio, nella sua complessità, ci soffoca con l’interrogativo su quale sia il dopo. Un interrogativo in cui inevitabilmente si intrecciano la dimensione individuale e quella collettiva. Riflettere sul ‘noi’, più che sull’io è condizione di privilegio per chi oggi vive una situazione stabile. Come me. Qualunque sia lo sguardo, la grande sfida che oggi abita i miei pensieri è l’esigenza del re-inventarsi. Le poche modalità che ieri potevano sembrare preziose, oggi sono in parte da rinnovare. Niente di nuovo. Cercare una risposta alle modalità con cui relazionarsi con le marginalità che caratterizzano il tempo che viviamo, come l’attenzione verso le relazioni che riempiono la mia vita non sono concetti statici. Oggi però, il processo è accelerato. C’è un bisogno più alto e forse meno tempo per trovare risposte adeguate. Penso a quanto, in questo periodo, il rischio della povertà economica si affianchi all’amarezza della solitudine. A quel bisogno di sentirsi parte di qualcosa di cui abbiamo toccato con mano un piccolo segno (penso alle canzoni suonate sui balconi, una risposta di pancia ad un bisogno di sentirsi parte) svanito poi nel nulla. Quella breccia forse non si è aperta, anche se richiusa velocemente nella quotidianità solitaria?

Nel mio lavoro, in un servizio anti-tratta per persone vittime di tratta, rispondere al telefono è una delle modalità di aggancio per le vittime più frequente. Ci sono domande standard da fare, perché servono informazioni precise per capire quale possa essere la risposta ad una determinata richiesta di aiuto. Alle domande da fare, si aggiunge poi il tuo “sentire”. Le parole per far sentire la vicinanza, le tue modalità per far sentire l’altro ascoltato. Non avrei pensato che oggi il telefono sarebbe diventato obbligatoriamente il primo strumento da riscoprire per far sentire la vicinanza anche verso i tuoi amici, la tua famiglia. Anche io ho riletto l’importanza non tanto del gesto in sé, ma delle modalità con cui lo si compie. Chiamare una persona può essere fatto in tanti modi. Così come ascoltarla, incontrarla anche se ad un metro di distanza. Forse alcune modalità non sono da ‘imparare’ mettendosi in discussione? Mi sono poi interrogato, sulle modalità, con gli amici dell’HopeClub, un gruppo di giovani con cui ci impegniamo sul territorio di Biella. Ci occupiamo di diverse tematiche (anziani, diversamente abili, sinti, detenuti, senzatetto, migranti), le stesse oggi drammaticamente colpite dal virus. Per una settimana, ogni sera, ci siamo ritrovati su una piattaforma online per 15 minuti, per ampliare lo sguardo e riflettere su questi temi. Ha funzionato. La modalità virtuale, rispetto a cui ho sempre avuto grandi dubbi, in qualche modo si è trasformata in realtà. Un bel modo di sentirsi comunità, ci ha scritto una delle partecipanti. Per me assurdo solo a pensarlo, fino a poco tempo fa.

Troveremo nuovi modi di sentirci comunità e di costruire una rete più solida sui territori? “Una società non potrebbe dispiegarsi attraverso gli scarti di ciò che sa mantenere di fronte a sé, l’uno rivolto attivamente verso l’altro e ciascuno in grado di cooperare per il comune, senza cercare di superare questi scarti?”. L’architetto Livio Sacchi riflette sulla inconsistenza di una società basata su un compromesso che tende ad eliminare lo scarto, a tollerarlo facendo finta che non esista. Prima o poi però, viene a galla. E la struttura crolla. “Se il termine dialogo può ancora avere un senso, se non è un rimedio da quattro soldi per evitare lo scontro, bisognerà pensarlo in questa tensione che genera il comune a partire dallo scarto. Scarti che non si rinchiudono in differenze identitarie, ma aprono un tra in cui si forma un nuovo comune”. Il nostro tessuto sociale si è riscoperto volenteroso ma fragile. Di strumenti, ma anche di relazioni. Ricostruire un nuovo comune, significa allora, per me, uscire non solo dall’io ma anche dagli schemi su cui ero abituato a adagiarmi. Il dialogo al centro, il compromesso a volte.

Oggi, forse, vivere così intensamente la fragilità della nostra condizione umana ci spinge a metterci di più in discussione. Pretendiamo dalla politica, più di ieri. Tocca però a ognuno di noi, aprire questo nuovo comune. Nei nostri territori, nei nostri quartieri, nelle nostre relazioni. Spazziamo l’amarezza della solitudine, rivolgiamo le nostre vite all’altro. Insieme.


In between. It indicates an intermediary position enclosed by a set of times or spaces. A complex position in which the constant question of what will happen after, suffocates us. It’s a question that inevitably intersects the individual and collective dimensions. Nonetheless, it is only the one who finds himself in a stable, privileged position, that will be able to reflect on the collective ‘us’ rather than the individual ‘I’. I am one of those in a privileged position. I am one of those that finds the need to reinvent oneself as the challenge of the situation. Every day, I try and look for new ways that will allow me to establish relations with what surrounds me. This because, the approaches used yesterday, that seemed precious, today have to be updated. We constantly have to look for new ways to relation oneself with the surroundings, especially as they change with challenging situations. It can be as trivial as nourishing our relationships, by finding new ways of showing our affection and giving them our attention. This quest of finding new ways, however, today is accelerated. This because there is a greater need to do so and possibly less time to do it. Just think of the risk of poverty that today is most likely to encompass loneliness as well. Think of the need to feel part of something that will soon vanish; like the songs played on the balconies, just to feel part of the community. Isn’t it just an act that in its attempt to prove solidary, only lasts a few moments before being erased by the solidarity of our everyday routine?

I work against the trafficking of people, creating a network of support for its victims. Most often, victims reach us through a phone call. I pick up and ask a series of standard questions as to obtain a clear image of the situation. This will help me in formulating the best response to the victim’s call for help. It’s not just a matter of asking questions, however. It’s also a matter of listening. It’s a matter of using words to make the person on the other end of the call feel your affection and your attention. It’s crazy and unthinkable that I use this same method with my friends and my family today; showing my affection via phone calls. This only reinforced the idea that what is significant isn’t the gesture of calling in itself, but rather the way in which we do it. Just like there are many ways to listen and meet someone even though you keep a distance of a meter from one another, there are also many ways of calling someone. Maybe, these crises allow us to learn the different ways. I shared these thoughts with the friends of the HopeClub, a group of youth with which we collaborate, in Biella. We work together with elders, disabled people, Sinti, incarcerated people, homeless people and migrants. We work with the people that are most affected by the virus today. Every evening, for a week, we held a 15-minute-long virtual meeting where we discussed the different modalities and approaches of relating oneself with our surroundings. While I was very skeptical of the virtual world, it proved to be an incredible tool. Not only did it create a sense of community, as one of the participants described, but it transformed the sensations into reality. It made possible something that I thought impossible.

Does this mean we will find new ways of creating a sense of community and establish a stronger network within them? “Shouldn’t a society grow by eliminating gaps and inconsistencies rather than finding compromises that widen these gaps?” What the architect Livio Sacchi is hinting at with his question is the collapse of society when it tries to hide its gaps by pretending they do not exist. By doing so, they not only ignore the gaps but also the fact that when these become uncovered, society’s structure collapses. “If the term ‘dialogue’ still has some meaning and is not just a cheap solution to conflict, it has to be used precisely with the scope of reducing the gaps. Gaps that are not enclosed in identity differences, but rather in the in between that is formed by a new society.” Our society’s veil is slowly being removed, revealing our solidarity and our fragility. This, to me, means that to reconstruct our society we not only have to start thinking of the collective ‘us’ but also to many new ways of creating relations. There has to be dialogue at the center, and maybe some compromise at times.

Maybe, the current situation exposing us to such fragility pushes us to question how we relate with the rest of the world. We expect much more of politics than we did yesterday. We cannot forget, however, that it is the responsibility of each and everyone of us to reconstruct our new society. We have to step outside of our loneliness and turn our lives the other, in our cities, our neighborhoods and our relationships. We reconstruct our society together.

Photo by Hudson Hintze on Unsplash

Per restare sempre aggiornato, iscriviti alla Newsletter.