di Daria Tiberio – daria.tibe@gmail.com

La quarantena come opportunità di creare solidarietà.

Tra gli svariati significati che questo tempo impostoci è in grado di assumere si annovera la sua natura di opportunità giocata ad un livello ampio, collettivo: un laboratorio di solidarietà.

Ne osservo il compiersi a partire dalla piccola realtà locale cui appartengo. Qui ho vissuto e partecipato ad una spinta all’attivazione generatasi dai singoli cittadini, che ha potuto compiersi nel concreto grazie al supporto dell’ente locale e dei volontari della protezione civile, già quotidianamente impegnati nel territorio. Il tempo a disposizione è stato individuato come canale percorribile per condividere competenze ed energie convogliate in direzione del benessere della comunità tutta. Su questa scia sono nati un servizio di consegna farmaci e beni alimentari a domicilio per persone sottoposte a quarantena,  anziani e persone non autosufficienti, una produzione “dal basso” di mascherine e successivamente impacchettate e distribuite gratuitamente alla totalità della popolazione residente, nonché l’idea della “spesa sospesa”, abbracciata dai negozianti locali.

E sorgono in me spontanei numerosi interrogativi: forse che avessimo davvero bisogno di fermarci, ma fermarci per davvero, per rivolgerci a chi ci sta accanto e mettere in gioco noi stessi per qualcosa che esula dalla nostra mera sfera individuale?

Forse che era necessaria una situazione di sentita incertezza, diffusa, trasversale, a-partitica e interclassista, per farci sentire più vicini a chi affronta situazioni di difficoltà e bisogno ogni giorno?

Forse che occorreva davvero la paura per renderci comunità unita e solidale?

Forse che questa possa divenire per noi occasione di riscoprire un modo di vivere aperto, propositivo, costruttivo, che ci permetta di riappropriarci di una dimensione collettiva che ad oggi sembra vacillare?


The quarantine as an opportunity to create solidarity.

Within the many interpretations that can be given to this period of forced suspension: we can expand on its wide nature of opportunities, which can take a collective form, creating a laboratory of solidarity.

I observed how it was put into practice from the small, local reality to which I belong to. Here, I saw and took part in this surge of engagement and service, generated by the individual citizens, and supported by the local authorities and the volunteers of the Civil Protection already operating in the field daily. These last ones which have always been operating on the field. The time at our disposal was precisely what allowed for this channel to be created, combining different expertise and energy to work for the common good.  From here, many services started. There were deliveries of primary necessities to those in quarantine, the elderly and those who are not autonomous. There was the production of facemasks by households which were then distributed at no cost to the whole of the residential population. There was the idea of “spesa sospesa” (“suspended groceries”), embraced by the local shopkeepers.

From this, numerous spontaneous questions come to mind. perhaps we need to stop, to really stop, to be able to turn towards those who surround us and work towards something that is not for our own needs, and which goes beyond our individual sphere?

Maybe it was really necessary for a situation of uncertainty that was diffused, transversal, without party affiliation, and intersecting all social classes, for us to feel closer to those who face difficult situations every day?

Maybe we really did need fear for our community to join together and become united?

Maybe this can really become the occasion that allows us to rediscover a way of living that is open, pro-optimistic, constructive, allowing us to repossess the collective dimension that today seems so hesitant?

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