di Irene Segone – irenesegone@gmail.com

Ti fermi mai, per cercare di ascoltare te stessa? Quello che senti. Quello che pensi.

In questo mondo frenetico, nel quale ci si ritrova indaffarati tra lo studio, i vari lavori domestici, le estenuanti notizie internazionali e le relazioni umane da nutrire e gestire, c’è una costante domanda di ascolto. Ascoltare gli academici e le loro teorie. Ascoltare i professori e cercare di raggiungere le loro aspettative. Ascoltare i giornalisti, i fatti e le opinioni. Ascoltare l’amica che si sente persa e nostalgica in questa sua nuova vita da studentessa universitaria nel quale non riesce a stabilire un equilibrio. Ascoltare l’amico che se l’è presa per qualcosa che hai detto. Ascoltare le lamentele di un tuo famigliare perché non lo chiami abbastanza spesso. Ascoltare l’uomo che hai difronte, che ti sta chiedendo l’elemosina. Pure ascoltare un oggetto inanimato; il pavimento di casa tua, che ti sta implorando di lavarlo perché ormai si sente soffocare dalla polvere. Ma fra tutti questi nostri tentavi di ascolto per gli altri, spesso dimentichiamo ti fermarci e di ascoltare noi stessi. O forse, fra un tentativo e l’altro, ci fermiamo, e un nostro sentimento viene a galla, ma quest’altro ci apre gli occhi ad una nostra sofferenza o ad una nostra paura. Allora, ritorniamo ad occuparci di altro, e ad ascoltare le esigenze altrui per dimenticarci le nostre. Abbiamo torto?

Dicono che è proprio nei momenti di crisi, che le persone intraprendono percorsi di introspezione (Cheli). Infatti, in questi ultimi mesi di pandemia, a casa, il mio ascolto per gli altri si è rimpiazzato, in parte, con un ascolto per me stessa. Ho ascoltato cosa mi diceva la mente; quello che sentivo e pensavo. Sono riuscita ad ascoltare alcune mie paure, capendo come affrontarle. Ho scoperto e rinforzato il mio interesse per la psicologia e la criminalità organizzata. Ho messo chiarezza sulle mie ambizioni della vita. Poi, è vero, può darsi che fra qualche mese o fra qualche anno, queste cambieranno, ma l’unico modo per scoprirlo è nell’ascoltare se stessi.

Tutto questo, ho deciso di scriverlo, perché mi sono resa conto che in realtà, come non ero riuscita ad ascoltare me stessa, così, certe volte non riesco neanche ad ascoltare gli altri. Li sento che mi parlano, tra gesti e parole, ma questi non mi dicono niente, sono segnali incomprensibili. Questo perché, come lo spiega la letteratura sulla psicologia, la conoscenza di sé stessi è fondamentale per la propria consapevolezza, “cioè la capacità di prestare attenzione a ciò che accade dentro e fuori di noi, interpretandolo correttamente” (Cheli) e ci aiuta dunque a comprendere ed ascoltare non soltanto noi stessi ma anche gli altri. Quindi per davvero essere in grado di ascoltare gli altri bisogna essere in grado di ascoltare sé stessi.


Do you ever stop and try listening to yourself? To what your mind is trying to tell you? To what it feels and thinks?

This chaotic world keeps us in constant motion. We study, do housework, follow anguishing international news and try to nourish and manage our relationships. Every action we do is a response to someone’s call for attention. It’s our way of listening. We listen to scholars and their theories. We listen to our professors and try to reach their expectations. We listen to journalists, the facts and opinions they present to us. We listen to our friend who is feeling lost and nostalgic, who is trying to find a balance in her new life as a university student. We listen to our friend who is upset at something we said. We listen to our relatives’ reproaches for not calling very often. We listen to the man before us, who is begging for some food. We even listen to inanimate objects. We listen to our floors, imploring us to wash them and get rid of the layer of dust that is suffocating them. But in all of our attempts to listen to others, often times we forget to stop and to listen to ourselves. Perhaps, we do stop for a moment and listen, but immediately we forget about it. Maybe our feelings and thoughts reveal our sufferings and fears, so we suppress them and hide them by listening and reacting to the needs of others. Is this wrong?

They say it is precisely in moments of crisis that one can follow a path of introspection (Cheli). In fact, in these past couple of months with the pandemic, at home, I attempted to start listening to myself. I tried listening to what my mind was telling me; to what I was feeling and what I was thinking. I listened some of my fears, allowing myself to understand how to confront them. I discovered and reinforced my interest in psychology and criminal organizations. I clarified on my ambitions in life. Of course, these might change in a few months or a few years, but the only way of knowing, is by listening to one’s self.

I’ m writing all of this because I realized that just as I was unable to listen to myself, I was in certain cases also unable to listen to others. I hear them talking, with words and actions, but these don’t mean anything to me; they are incomprehensible signals. This because, as explained by the literature in psychology, the knowledge of one’s self is fundamental for our own consciousness. It is fundamental for our capacity to give attention to both our external and internal surroundings, and hence to interpret them correctly (Cheli). Thus, the only way to truly be able to listen to others, is by first being able to listen to oneself.

Bibliografia/Bibliogtaphy: Cheli, Enrico. “Conosci te stesso”. http://www.corem.unisi.it/bibliografia/articoli/cheli-conosci_te_stesso.pdf

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