Arrivo ad Idomeni a metà maggio 2016. Arrivo in tarda mattinata, quando il sole comincia a farsi sentire, ma mi dicono che durante la notte c’è stato un violento temporale e molte tende si sono allagate e riempite di terra. La terra è ancora bagnata e piena di pozzanghere.

Idomeni è il più grande campo profughi della Grecia, “la Dachau dei nostri giorni” l’ha definita il ministro dell’interno greco Panagiotis Kouroublis. Una distesa di tende lungo la ferrovia al confine con la Macedonia. Dove prima c’era un valico per accedere alla rotta balcanica verso l’Europa occidentale, ora c’è una recinzione pattugliata dai militari; metri e metri di filo spinato. I rifugiati scappati dalla guerra civile in Siria, ma anche dall’Afghanistan, dal Pakistan e da altri paesi del Medio Oriente, hanno cominciato a recarsi a Idomeni per attraversare il confine greco ed entrare nella Repubblica di Macedonia.

Per restare sempre aggiornato, iscriviti alla Newsletter.

La Macedonia, assieme alla Serbia, è uno dei paesi che fanno parte della cosiddetta “rotta balcanica”, che i migranti intendono attraversare per giungere in Germania e nei paesi del Nord Europa, come la Svezia. Questa rotta viene preferita dai migranti perché attraversa paesi che non fanno parte dell’Area Schengen e, quindi, in caso di arresto da parte delle autorità serbe, i rifugiati vengono spediti al confine croato o ungherese (che si trovano più vicino ai paesi di destinazione desiderati), anziché in Grecia, che si trova molto più a sud.

Nonostante tutto c’è vita a Idomeni, ci sono i ragazzi di varie ONG che organizzano giochi e feste per grandi e piccini e li aiutano a togliere il fango, come stamattina. Portano loro pacchi di cibo e vestiario. Sono appena arrivato, sono stanco, ospitato dai ragazzi di “#Overthefortress Melting Pot Europe” che hanno affittato una casa Polykastro a poca distanza da qui. Lascio lo zaino dentro la tenda comune, prendo la macchina fotografica ed esco, deciso di farmi un giro per il campo fra la gente. Appena uscito dalla tenda, mi sento chiamare “My Friend”. Nella tenda accanto una famiglia intera si stava preparando per il pranzo, “My Friend” ancora mi sento chiamare, il capo famiglia, sull’uscio della sua tenda mi invita a mangiare con loro. Provo gentilmente a rifiutare, ringraziando, ma lui insiste finché non mi vedo costretto ad accettare, se non altro avrei approfittato per fare foto. Entro, erano in sei, c’era per terra una padella con poca frittata, un po’ di yogurt e pochi krakers. Ho capito che dovevo accettare altrimenti loro non avrebbero mangiato, e così ho assaggiato un pezzetto di kraker intinto nello yogurt. E’ stato bellissimo, mi hanno detto che erano pakistani, ci siamo abbracciati, gli ho chiesto se potevo fotografarli, mi hanno detto di si e mi hanno pure ringraziato, poi abbiamo parlato a lungo.