Il campo profughi di Idomeni era pieno di vita, e per quanto le persone che lo affollavano non avevano più una casa e ne cercavano disperatamente un’altra in un qualsiasi posto di questo mondo che non ha pietà, si respirava gioia. I ragazzi delle varie ONG che vi operavano stavano svolgendo un ottimo lavoro.

Poi una mattina la polizia blocca tutto. Noi venivamo da Polykastro (come sempre uno dormiva nel campo, gli altri tornavano a dormire a Polykastro). Telefoniamo al ragazzo che era rimasto giù che ci dice che è inutile insistere, stanno sgomberando, lui stesso dovrà andarsene immediatamente.

Ci fermiamo nell’incrocio dove ci hanno fermato, man mano che arrivano manifestanti contro il governo e contro l’Europa al grido di “No borders”, ed arrivano anche i poliziotti in tenuta antisommossa onde evitare tafferugli.

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In questo scenario ci sfila davanti una lunga teoria di pullman pieni migranti strappati a forza dal campo. Verranno portati nell’ex zona industriale di Salonicco e scaricati nei capannoni vuoti di industrie che la crisi economica ha lasciato vuoti.

Il giorno dopo sono voluto tornare a Idomeni per vedere cos’era rimasto. Il sole era quasi al tramonto, il vento faceva sventolare le tende strappate, le coperte, i giacconi, che erano rimasti appesi su qualche filo spinato. Il resto silenzio, vuoto, sembrava un campo di battaglia, e le persone erano state portate via con la forza. Non trasferite, dunque, ma deportate. Ma quello che mi ha commosso di più, e ho pianto, sono state le scarpette dei bambini buttate a terra, i peluche, le carrozzine sventrate e lasciate li.