“Cosa vuoi fare da grande Marwa?”
Siamo in cerchio in un piccolo alloggio a Gaziantep, Sud della Turchia, al confine con la Siria. “La dottoressa – i begli occhi arabi della bambina brillano orgogliosi – voglio aiutare le persone” E tu Alya? “L’avvocato, per difendere la giustizia”
Marwa (11) e Alya (13) vivono qui con altri 3 fratelli da 6 anni, ma casa loro è ad Aleppo 120 chilometri da Gaziantep. “Io invece farò il soldato! – Hamid è il loro vivace fratellino di 6 anni – voglio liberare il mio Paese”.

“Lui è più pericoloso di cento di questi miliziani perché ha il potere di far cambiare idea alla gente”.
Dani, Fadi, Hussein e Omar, descrivendoci le loro azioni di denuncia nel regime siriano, sono esempio della drammaticità della guerra, ma dall’altra di come la reazione sia possibile, l’unico antidoto alla malattia grigia dell’indifferenza.

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Quanto sei disposto a rischiare pur di non tradire ciò che più ti identifica?
Klara tanto. La fede non è qualcosa di scontato ma una parte di te a cui non puoi rinunciare, anche quando questo vuol dire perdere la vita.

Ci racconta infatti che essere donna cristiana in Iraq, rifugiata a Kirsehir, significa avvertire continuamente la pressione di chi ti chiede di essere diversa da ciò che sei.

“Vorrei che Mosè aprisse il mare di fronte a noi.”
Chiudiamo gli occhi e immaginiamo che sia possibile creare un ponte che liberi le persone dal limbo infernale dell’attesa.

“Cari tutti,
spero che stiate bene.

Il successo raggiunge coloro che ne riconoscono il valore e la creatività appartiene a chi ne sa cogliere i frutti.
Vorrei qui ringraziarvi per il vostro impegno nell’aiutare i migranti, per i vostri sentimenti sinceri e le vostre anime belle.

Nulla vale quanto piantare un seme di speranza nelle menti di coloro che hanno perso la fiducia negli altri, e nulla è paragonabile al ravvivare cuori vulnerabili e oppressi attraverso la capacità di prendersi cura di questi, e di non dimenticare la loro sofferenza.

La vostra visita e la vostra profonda attenzione alle nostre storie mi ha dimostrato che – rinnovando con semplicità l’idea di sensibilizzazione, sostegno e difesa dei diritti – piccoli semi possono avere un grande impatto.

Continuate con il vostro lavoro e vi auguro buon viaggio.

Rimaniamo in contatto

Con affetto,
Hussein”

* Lettera di un giovane siriano che ci ha ospitato a Gaziantep.

Basheer è un anziano iracheno rifugiato a Kırşehir, Turchia. A Mosul era ingegnere civile, ora trascorre le giornate studiando la Bibbia: “Quando ero più giovane ho costruito tante chiese di mattoni, ora costruisco Chiese con le parole”.

Il traghetto da Smirne a Samos è un contrasto di cose.
Mi chiedo se chi percorre questo tratto di mare lo faccia nell’inconsapevolezza.
E così mi vien voglia di sussurrare all’orecchio di quella ragazza australiana qualche sedile più in là, di quel signore cinese, di quell’anziana francese – stranieri come i migranti che si mettono in viaggio da terre lontane – che questa è una frontiera, un taglio netto tra due mondi in cui valgono regole diverse a seconda del colore del proprio passaporto.

“Giorno dopo giorno, vi siamo vicini, per quanto è possibile. Le parole e le foto ci dicono qualcosa di quel che state vivendo lungo il vostro ‘percorso di umanità e di fraternità’. Le testimonianze vostre e quelle delle persone che incontrate: profughi, esuli, e migranti, e di quanti, come voi, sono in questo ‘solco’ di umanità ferita, ma forte e ricca di vita e di speranza, ci rassicurano.

Tutti e assieme, possiamo costruire un mondo umano e fraterno. Grazie, a cominciare da chi, bambini, giovani e adulti portano nella loro carne le ferite della ‘disumanità’ come voi, tutti dobbiamo essere il ‘Buon Samaritano’, gli uni degli altri”.

Buon cammino!
Marcello, Lino, Jaime, Raffaello, Mario Vabai, Italo.

Hotspot di Samos, oltre 5000 persone in un campo strutturato per 650. Il 50% sono donne e minori, molti dei quali non sono accompagnati.

Quale logica distorta c’è dietro al trattenere persone per un tempo indefinito su di un’isola che è prigione a cielo aperto?
Quale coraggio e fiducia nei giovani volontari da tutto il mondo che scelgono di vedere e spendersi per stare lì, dove chi avrebbe il potere calpesta i diritti?
Come è possibile che avvenga ogni sorta di violazione sotto gli occhi di tutti con la complicità delle istituzioni nazionali e internazionali?
Cosa fare di ciò che abbiamo visto e come concretizzare il senso di responsabilità che sentiamo forte sulle nostre spalle?

Fatma finalmente questa mattina ha toccato la terraferma. Successivamente alla lunga permanenza nel campo di Samos, finalmente sono partiti con noi sul traghetto delle 23: lei esile nel velo bianco, e le sue due bambine, Aya, un anno e Maryam, pochi mesi. Segnalate come “vulnerabili” nel campo di Samos, dopo mesi di attesa l’UNHCR ha comprato per loro i biglietti per Atene. In seguito al viaggio in traghetto di tutta la notte verranno ricollocate in uno dei centri di accoglienza della capitale, dove proseguirà la loro lunga attesa per ottenere i documenti.

“La prima cosa da ripristinare è la dignità”.

Nei campi profughi il cibo e i vestiti non sono l’unica necessità: conta più di tutto restituire valore alle decine di famiglie bloccate nei containers e nelle tende.

Dignità significa coltivare l’umanità saziando altri tipi di fame: lettura, cultura, arte, musica. È così che la rabbia, per quanto lecita in certi contesti, si stempera in un tratto di colore.

Chi dice che in un campo come questo a Diavata, nei pressi di Salonicco, una biblioteca e corsi di pittura e musica rap non siano progetti per cui spendersi?

Quasi impercettibile e senza rumore è il transito dei migranti qui in Macedonia del Nord. In un paese che combatte da anni per la propria identità in quel mix di lingue, etnie e religioni che sono i Balcani, ogni notte gli invisibili migrano senza sosta valicando confini. Camminano per una settimana o si affidano a chi del traffico e dell’inganno di esseri umani ha deciso di fare la propria fonte di guadagno più grande. Il riposo, la fame, il freddo passano in secondo piano. Solo chi è allo stremo si ferma al campo di transito di Tabanovce. Ma è questione di una notte, due, non di più, e poi via: la vita vera che scorre nelle vene è adrenalina per proseguire.

“Come progettereste la migliore città del mondo?”

Si può diventare architetti di una città felice per un pomeriggio nel centro educativo che a Belgrado trova ogni giorno un modo creativo per difendere l’essere giovani dei migranti in viaggio.
Quando la lingua non è la stessa occorre trovare strumenti più originali per comunicare. Le mani impastate nell’argilla possono raccontare sogni per la nuova vita immaginata, ricordi di un passato sfocato, radici che ti ancorano alla tua terra e rami che ti lanciano verso il futuro.

Così Belgrado, la città bianca può diventare Happygrad, la città felice. E le nostre mani possono sporcarsi di terra insieme, senza differenze, perché in comune basta il desiderio di costruire.

C’è una stazione a Tuzla, una cittadina nel cuore dei boschi bosniaci. È il primo centro che si incontra dopo la frontiera con la Serbia: qui fanno tappa molte linee di autobus e l’unico treno che raggiunge il confine con la Croazia, una volta al giorno. Uno stretto cornicione spiovente ripara dalla pioggia una fila di coperte su cui sonnecchiano una settantina di giovani pakistani, bengalesi e afgani soprattutto. Trascorrono qui una, due, dieci notti, in attesa che si liberi un posto sul treno verso la frontiera. Qui non esistono centri o strutture di transito in cui i migranti possano alloggiare per poi continuare il “game”, nè organizzazioni internazionali che si occupino di loro. “Hanno bisogno di ripararsi dal freddo, di mangiare, lavarsi, ma anche di parlare, scherzare – Senad, giornalista impegnato nel suo Paese dopo la guerra, con altri volontari passa le giornate accanto ai ragazzi della stazione – molti qui in città non sono d’accordo con quello che facciamo. Ma io vedo solo esseri umani davanti a me”.

Sarajevo
Gerusalemme dei Balcani.
Granate diventate segni indelebili sul cemento.
Esempi creativi di resistenza civile.
Ferite aperte da ricordare e rimarginare.
Nuovi processi da costruire, in bilico sul recente passato che è presente.
La complessità dell’unità.
Comunicazione da inventare e quotidiana sfida nel riappacificarsi con la naturale imperfezione e diversità.
Paura nel riconoscere le proprie cicatrici nelle ferite dell’ altro.
50.000 giovani bosniaci emigrati da inizio dell’ anno.
Città, dove i migranti transitano legalmente, in attesa del game.

27 maggio 1992, Sarajevo.
22 persone fucilate mentre erano in coda per prendere il pane.
Da quel momento, per 22 giorni consecutivi, Vedran Smailović ha suonato il violoncello, seduto sulle rovine crescenti della città, non curandosi del pericolo dei cecchini. Ogni giorno egli ha dato voce, di fronte a una platea di macerie, a ogni singola vittima.

20 settembre 2019, Bihać.
Migliaia di persone bloccate alle porte dell’Europa. La polizia croata respinge violentemente chiunque tenti di passare la frontiera. Chi prenderà in mano il proprio strumento? Chi farà risuonare la voce di questo esercito di dimenticati alle orecchie della sorda Europa?

A volte lungo queste terre trovi una frontiera dove meno te lo aspetti. Siamo in Bosnia, nel minuscolo villaggio di Velečevo lungo un’anonima strada. Ad un certo punto sulla sinistra c’è un gazebo con una macchina della polizia. Niente di speciale: si tratta della frontiera interna tra due regioni della Bosnia, puoi procedere veloce sulla stradina. Sempre che tu non sia Pakistano, Afghano, Siriano o comunque migrante: in tal caso se stai andando in pullman verso il confine, il tuo viaggio in bus è finito. La polizia ti farà scendere perché il governo del Cantone di Una Sana in cui stai per entrare non vuole che tu ti vada a accumulare contro la frontiera chiusa verso la Croazia.
E così rimangono lì, in una piazzola di terra lungo una strada. Senza niente. Né un luogo dove passare la notte, né qualcosa da mangiare. Per questo da un anno tutti i giorni solo Sanela e suo padre Sono lì con piatti di zuppa calda e il loro sorriso per chi è di passaggio nel loro piccolo paesino.

Che cosa si può capire dagli oggetti abbandonati lungo una strada nel bosco? Si possono immaginare le storie, i volti, le emozioni di chi è passato di lì.

Per provare a valicare il confine tra Bosnia Erzegovina e Croazia cercando di non farsi vedere dalla polizia bisogna passare per i boschi: camminare su queste belle colline verdi intorno a Bihać e Velika Kladuša, facendo attenzione ai campi minati. Si cammina a piccoli gruppi, soprattutto di notte, silenziosi, quasi invisibili. Ma le tracce lasciate sul terreno da questa lenta processione sono imponenti: qui una famiglia si è fermata per la notte, si vedono i resti dei fuochi e i pannolini dei bambini. Lì c’è una capanna di rami di abete dove qualcuno si è riparato dalla pioggia.

Ovunque lattine di Redbull, ricerca disperata di energia per le lunghe giornate di cammino, poi decine di pacchetti di schede SIM: la necessità di comunicare con chi si lascia alle spalle e con chi già precede.

Queste tracce nel bosco porteranno oltre la frontiera, o si infrangeranno contro i manganelli della polizia croata?

Insh’Allah, se Dio vuole

“Quanti di noi dovranno ancora morire? Abbiamo bisogno del vostro aiuto, salvateci!”

Questo è il grido di chi vive al campo governativo di Vučjak, ex discarica nei pressi di Bihać in Bosnia e Erzegovina, al confine con la Croazia.
Una vita scandita dall’attesa: di un pasto caldo,se sei fortunato, di una nuova partenza. File infinite di uomini stanchi, infreddoliti, ma ancora in grado di essere grati per quel poco ricevuto, una semplice tazza di tè, in cambio di tutto: la dignità, la libertà, la vita. Solo un sogno ancora resiste: tentare il Game per raggiungere l’Europa.

Da dove passa la speranza in un posto come questo? Forse anche dalla disperazione, perché quando la speranza è disperata è ancor più radicale.

Hassan e Ishtab ce l’hanno fatta. Hanno vinto il game: hanno superato il deserto turco e il mare e i campi greci e i boschi della Macedonia e della Serbia e le tende bosniache di Vučjak, hanno tentato e ritentato e alla fine sono riusciti a sfuggire ai poliziotti croati e ai loro cani e ai loro droni e al filo spinato sloveno. Ecco, finalmente sono arrivati in Europa, in Italia.
Stremati, seduti sotto un albero alla stazione di Trieste, rosicchiano del pollo arrosto: i piedi consumati dagli ultimi 12 giorni di cammino, ma nel volto la gioia sottile di chi ce l’ha fatta, nel cuore il ribollire dei sogni per il futuro in questa Europa fantasticata, nuova terra di latte e miele.
“Andrò da mio fratello a Milano, poi forse in Germania, chissà… ma quello che importa è essere arrivato qui: adesso è tutto più facile!”

Se il dolore degli altri non ci appartiene rimaniamo esseri solitari.
Torniamo in Italia con il desiderio chiaro di fare di quello che abbiamo visto con i nostri occhi, toccato con le nostre mani, sentito sulla nostra pelle una questione che ci riguarda. Fare società significa avere in testa il bene della comunità e questo bene rimarrà irraggiungibile finché esisteranno fili spinati a separare confini esistenti solo nella testa di chi non vede, non sente e non tocca quel dolore. Perché rimaniamo convinti che stringere mani e guardarsi negli occhi sia l’unico modo per sperimentare la bellezza dell’incrociarsi delle diversità. Per poi riscoprirsi così simili nei sogni, nei bisogni, nelle speranze.

Uomini silenziosi e con i piedi feriti bussano alle nostre porte. Riconoscersi come essere umani vuol dire rispondere sì al loro inconsapevole chiederci di rendere universali i diritti delle nostre carte.
Sì perché così, come Europei, ci siamo promessi. Sì perchè di questi stessi diritti, come cittadini, vogliamo poter godere. Sì perché in un cammino verso l’eliminazione delle ingiustizie, come persone del mondo, dobbiamo essere alleati.

Grazie allora a chi nell’Umanità IninterRotta ha creduto e quindi ci ha sostenuto.
Grazie alle organizzazioni e ai singoli volontari che hanno accettato di incontrarci in un viaggio che è rimasto desiderio finché i loro sì non sono stati risposta concreta e incoraggiamento.
Grazie alle persone che sulla rotta si giocano tutto insegnandoci, ancora una volta, l’attaccamento alla vita e la fiducia in un mondo che a volte tradisce ma per cui sempre e a ogni costo val la pena rischiare la strada.

Questa rotta è stata tappa e non meta. Da qui ripartiamo per rispondere al dovere di agire e dar voce alle vite sospese.